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Festa di Sant'Agata a Civitaluparella

di Acque Sacre

Domani 5 febbraio Civitaluparella festeggia Sant'Agata.

Per saperne di più 

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    I Brani

    Le donne di Scanno. Tratto da Agostinone E., Altipiani d'Abruzzo

    E tutta la bellezza del paese è nelle vie che vi adducono, nella conca morbida che lo circonda, nel degradare delle case, nel mistero delle piccole strade nere e degli archetti di riparo e degli anditi bui.

     

    E tutta la grazia, che ci trasporta lontano nel paese della leggenda e del sogno, è nel costume delle piccole donne dal viso bruno e dagli occhi dolci. Un costume che tutte indossano religiosamente, che dona al corpo una solennità matronale ed alla testa un portamento altero da regina. Quello dei giorni di lavoro è più severo, quasi ieratico; l’abito della festa è più giocondo.


    E' tutto di lana filata tessuta e tinta in ogni casa, secondo il buon costume abruzzese che minaccia scomparire in troppi luoghi. La gonna, tutta di minutissime pieghe, arrotonda il corpo oltre misura; il corpetto, terminato intorno al collo da una bianca trina di tombolo, chiusa sul petto dalla doppia fila di bottoncini d'argento e completato dalle ampie maniche fisse, si armonizza con l'enorme gonna e col grembiule che la copre quasi tutta in giro; il cappellitto, una specie di turbante di stoffa più scura temperata da un po' di bianco che vi traspare a lato, posa trionfalmente sul capo e si raccorda - secondo la teoria istintiva del cappello perfetto - al viluppo dei capelli con trecce finte di lana multicolore commiste alle vere.
    Nella scelta di questa lana o di questa seta in filo, del damasco vivacissimo per il grembiule e il cappellitto della festa, degli ori vistosi, e della buona foglia d'ornello che darà tinta immutabile al magnifico verde di tutto il costume, si racchiude buona parte dell'ambizione e del gusto della popolana scannese.

    Povere donne! Quanto lavorano senza turbare la solennità di quel loro costume che sembra creato apposta per la passeggiata, per la preghiera, per il corteo nuziale, per il rito eterno dell'ozio giocondo! ... Salgono al bosco con le gonne azzaccarate (ovvero tenute su da un legame) e ne scendono con la testa o con le spalle cariche come bestie, fanno da portatrici d'acqua e da manovali, senza smettere per un'ora sola la veste ardita, senza perdere mai le movenze armoniose... Di dove saran mai venute con la tribù che giurò fede eterna al proprio costume? Forse d'Albania?
    Quando, entrando in una chiesa, non trovate traccia di sedie, e vedete lo spettacolo di tutta una folla scura, in uniforme, accosciata sul pavimento al perfetta guisa orientale - voi non potete trattener dall'immaginare una piccola tribù randagia, venuta di lontano, tra ferro e fuoco, a chiudersi in questo nido romito che cela ancora (ad onta della luce elettrica, della doppia strada, dello sventramento, degli alberghi e della fognatura) tutto il mistero del vecchio Abruzzo...

     

     

    Tratto da Agostinone Emidio, Altipiani d'Abruzzo, Bergamo 1912
    Nato a Montesilvano il 13 maggio 1879 , maestro di scuola elementare, fu giornalista e deputato per il collegio di Teramo (1919) e dell'Aquila (1921).
    Nel 1911, collaborò alla fondazione del periodico milanese "La cultura popolare", organo della Unione italiana dell'educazione popolare, di cui fu condirettore, e collaborò a "La difesa delle lavoratrici", uscito a Milano nel 1912, e a "La Critica sociale".
    Si occupò dei problemi della scuola, dell'istruzione e dell'emancipazione delle classi lavoratrici. 
    Pubblicazioni: 
    Dalla terra d'Abruzzo. Otto lettere al giornale “Lombardia” di Milano, Milano, R.Sandron, 1905; riedito da  Associazione culturale Amici del Libro Abruzzese, Montesilvano, 2000
    (con la collaborazione di  Enrico Giuriati), Storia della legislazione scolastica sub-elementare, elementare e normale, Treviso, Zoppelli, 1907
    L'agonia di Messina. Cento illustrazioni da fotografie di Emidio Agostinoni, Giacomo Brogi e Mario Corsi, Roma, L'Italia industriale artistica, 1908
    Il Fucino, Bergamo, Istituto italiano d'arti grafiche, 1908
    Altipiani d'Abruzzo, Bergamo: Istituto italiano d'arti grafiche, 1912
    Foto: Gloria Marlowe e  Memories:officina dei ricordi e delle immagini

     

    Tags:
    • Scanno
    • Memories: officina dei ricordi e delle immagini
    • Costume donne
    • Agostinone Emidio
    • Gloria Marlowe
    • Altipiani d'Abruzzo

    Viaggio a Farinola, (Farindola) tratto da I Viaggi Adriatici di Serafino Razzi

    VIAGGIO A FARINOLA
    Alli 15 di luglio 1575 andai con un compagno a piedi a um Terretta cinque miglia lontana da Penna, detta Farinola, posta alle radici di altissime montagne, in un alto colle, sotto di cui corre gelidissimo fiume Tavo, poco lontano dalle proprie fonti. Si cantò da i Rev. preti la solenne messa di San Quirico e di Santa Giulietta sua madre, la cui festa celebrano in tal dì questi popoli. Dopo la qual messa cantata io dissi la nostra bassa, e quella finita per esser l’hora tarda, si andò a desinare.
    Et alquanto dopo pranzo, essendosi ripiena di popolo la chiesa, predicando fondai la sacra compagnia del santissimo Nome di Dio, essendoci molti anni prima stata posta la compagnia del santissimo Rosario. Finita la predica tornai a riposarmi in casa deI Rev. prete, Don Baldassarre. Et ecco che qui comparve un giovane mugnaio, il quale sopra di una bene accordata arpa cantò a ciascheduno di noi che presenti eravamo, all’improvviso molto attamente. E così nostro signore Iddio pone le sue grazie, e comparte i suoi doni, bene spesso ancora in persone semplici, et idiote.
    Farinola, Terra di circa 220 fuochi, vogliono che deve dirsi Ferinola, dalle fiere che abondano attorno di lei nelle vicine selve, come porci cignali, capri, lupi, et orsi: e perché anche le persone in lei habitanti, per la vicinanza di somiglianti bestie, tengono elleno ancora del fermo, et alpestre. Tiene questa Terra per insegna un core di orso.
    Dicesi che in lei sono tre scuole: nella prima s’impara di fare alla lotta. Nella seconda di sonare il corno. E nella terza s’impara il modo di afrontare l’orso. Quando vogliono ragunare il loro consiglio, suonano un corno, ma prima serrano le porte del castello, che altramente tutti i porci che sono fuori a i pascoli, ritornerebbeno dentro. Gli essercizii loro, oltre alla coltivazione delle proprie terre, e campi, sono di lavorare madie, et arche et altre si fatte cose, havendo dalle vicine selve copia di faggi, e di altre sorte legnami, come aceri, e simili.
    Diedi loro l’arra per un arcone di 30 some di grano, e d’una minor arca di 12 some per la farina, in servizio del nostro convento di Penna, e con patto di pagare un carlino per soma.
    E la sera stessa ce ne ritornammo per lo fresco a casa, riportandone una tortorella donataci, dimestica, ma sola, e piangente la morta sua compagna.

    Razzi S., La vita in Abruzzo nel Cinquecento, Diario di un viaggio in Abruzzo negli anni 1544-1577, Cerchio, Adelmo Polla Editore, ristampa 1990
    Altri articoli su Farindola: La cascata della Vitella d'Oro, Farindola , Il culto delle acque: Grotta di Santa Lucia a Farindola


     

     

     

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    • Serafino Razzi
    • Farindola

    Il battesimo del pastore

    Suo avo, suo nonno, suo padre, tutta la sua stirpe erano stati pastori; ed egli non volle rinunciare a quella santa eredità. Un giorno fu battezzato pastore.
    Oh, voi non sapete come si battezza pastore? Si vede proprio che i nostri monti non gli avete visti neppure sulla carta geografica... Matteo dunque, alla domenica, venne fuori sulla spianata del villaggio vestito dal soldato. Gli amici che lo aspettavano gli furono attorno; erano quasi tutti pastori; e fatto cerchio, il più vecchio gli domandò solennemente: 
    — Vuoi bene alla montagna e alla pianura?
    E Matteo: — Sì.
    — Hai paura della neve, della pioggia, dei lupi?
    —No.
    —Hai cuore di lasciare la montagna per scendere alle pianure?
    —Con le greggi, sì.
    —Dividerai il tuo pane e la tenda col viaggiatore smarrito e col poverello?
    —Sì.
    —Sarai sempre onesto?
    —Sì.
    —Vuoi far parte della nostra famiglia?
    —Sì.
    —Ora giura sull'innocenza dell'agnello che hi detto la verità.
    L'agnello venne fuori saltellante, e Matte, ginocchioni, disse ponendogli la mano sul capo:
    — Giuro.
    Allora tutti i compagni se gli strinsero più intorno; egli si tolse il vestito e rimase in camicia e mutande: il più vecchio gli consegnò un paio di brache  di pelo di capra, una casacca di pelle di pecora, ch'egli indossò; poi una mazza, una zampogna ed un cappello, e versandogli sul capo e sulle vesti molte gocce di latte, baciandolo sulla fronte gli disse:
    —Dio ti benedica figliuolo: sei pastore!
    A queste parole ad uno ad uno gli altri corsero ad abbracciarlo e baciarlo con grida di gioia: e Matteo si sentì correre le lagrime agli occhi. Ma la cerimonia non era finita. Sull'altro punto della spianata sedevano in cerchio le più belle donne del villaggio, e in mezzo a tutte era una vecchia. Matteo dette fiato alla zampogna e si avvicinò. Come fu loro accanto batté le mani, e la vecchia gli chiese:
    — Chi sei?
    —Sono un pastore.
    —E che cerchi da noi?
    —La pecorella
    —E tu vorrai bene alla pecorella, se la trovi?
    —Tanto tanto
    —E fra boschi, le rupi e la pianura la terrai sempre con te?
    —Sì.
    —Allora, scegli la pecorella dalla gregge.
    Matteo girò un poco; poi con la punta del bastone percosse leggermente la spalla alla Maria, che si fece rossa come lo scarlatto del corpetto; e tornò al suo posto. La vecchia baciò in fronte la fanciulla e disse:
    — Dio ti benedica, figlia mia: il pastore ha trovata la pecorella.

    Tratto da : Ciampoli D., Alla tagliuola, in Racconti abruzzesi, Milano, Brigola, 1880.

    Su Domenico Ciampoli si veda Domenico Ciampoli, Tutte le novelle a cura di Antonella del Ciotto, Ciucarella di Domenico Ciampoli, Cicuta di Domenico Ciampoli, Trecce Nere, Ancora sulle streghe di Domenico Ciampoli e Antonio De Nino, La Strega da Trecce nere di Domenico Ciampoli, La casa bruciata tratto da Fiori di monte, Storia d\'una croce da Fiori di monte di Domenico Ciampoli, Fiori di monte, prefazione di Petitto Di Longano, La Mietitrice di Domenico Ciampoli, Sylvanus da Trecce Nere di Domenico Ciampoli

    Foto: Gentile concessione archivio fotografico Facebook di Memories: officina dei ricordi e delle immagini

     

     

     

     

     

     

     

    Tags:
    • Domenico Ciampoli
    • Racconti abruzzesi
    • Alla tagliuola

    Monumento all'emigrante, Lama dei Peligni

    Lama dei Peligni con una lapide ricorda i suoi emigranti, hanno lasciato il cuore nel paese natìo, parole d'amore incise sulla pietra. Diverso è il tono del brano che segue, qui siamo nella Roma della seconda metà dell'Ottocento, a Piazza Montanara, dove si riunivano in cerca di lavoro, guardati con occhio di sdegno, e chiamati "col beffardo nome di burrini".

    Piazza Montanara

    Sul far della sera la Piazza Montanara di Roma presenta uno spettacolo animatissimo. È il luogo di ritrovo di quei poveri proletari che spinti dalla fame lasciano le salubri montagne dell'Abruzzo per affrontare la mortifera coltivazione delle Paludi Pontine, ricchezze dei principi romani. 
    Quivi essi si raccolgono in cerca di lavoro, e quivi vengono i mercanti di campagna (1) ad appigionare le loro braccia. Non tutti quei poverelli ritornano alla famiglia, e spesso è il prezzo di una vita corrosa dalle febbri maligna, che i compaesani recano sospirando ai loro figliuoli.
    I romani hanno dimenticato che i gloriosi loro padri alternavano le fatiche dei campi coi supremi poteri della dittatura, e maneggiavano l'aratro con quella stessa mano, che vittoriosa brandiva la spada nel folto delle battaglie. Essi disprezzano oggi profondamente coloro che lavorano la terra.
    Non v'è un romano, per meschino e pezzente egli sia, che non guardi con occhio sdegno questi poveri agricoltori. In Roma, li chiamano comunemente col beffardo nome di burrini, e qualunque cittadino si terrebbe offeso di questo appellativo, come della massima fra le ingiurie.
    I burrini di Roma mangiano pan nero e bevono acqua; dormono nell'estate sui gradini delle chiese, nell'inverno dentro le stalle, col nudo terreno per letto e una corda tesa per origliere. Questi martiri del lavoro, spregiati da tutti, scherniti da una plebe superba, possono considerarsi come veri paria in quell'unica città di Europa, che conserva nel suo seno tante gradazioni sociali, da non trovare riscontro se non nelle caste dell'India. 
    Questi esseri avviliti in mezzo alla potente metropoli del cristianesimo, contano quanto la polvere della strada, sono atomi che passano e nulla più.
    Eppure v'è un'occulta sterminata potenza, alla quale, nella sua avidità di potere e di lucro, non sfuggono nemmeno quei grani di polvere, nemmeno quegli atomi ignoranti. 

     (1) Fittaiuoli o agenti dei principi romani

    Tratto da Italo Fiorentino, Gli ultimi giorni di Roma Papale. Romanzo Contemporaneo, cap. I, pp. 2-3. Il romanzo è stato pubblicato in La via di Roma, Strenna popolare per l'anno 1868, Venezia, Tipografia del Tempo, 1867. 

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    Una citazione ai bruchi e la terra di san Domenico, Antonio De Nino

    Stimato da Luigi Pirandello e da Gabriele D'Annunzio il De Nino guardò con occhio benevolo, ma non per questo privo di malizia, gli usi del popolo abruzzese.
    Abbiamo già trattato San Domenico, ne Il culto delle acque sacre: la grotta di San Domenico a Villalago, e Le Fanoglie di Villalago, in questa sede, in compagnia del "Peligno di grande stirpe, Poeta delle memorie tenace" così come venne definito da D'Annunzio, ci lasciamo deliziare da alcuni sistemi per la lotta contro i bruchi....  

    LXXIX
    Una citazione ai bruchi e la terra di san Domenico

    Nell’anno del Signore 1786, il territorio di Pacentro fu infestato dai bruchi. I Pacentrani allora supplicarono la Corte Baronale, affinché si mettesse di mezzo per impedire la rovina dei campi; e la supplica comincia col ricordare che Dio disse all’uomo: Dominamini piscibus maris et volatilibus coeli. Séguita poi a dire che gli animali bruti che si fanno vincere dall’istinto, a scapito degli animali ragionevoli, possono esser richiamati a dovere o con mezzi soprannaturali o con mezzi naturali. Non essendo stati sufficienti i mezzi soprannaturali, cioè le penitenze pubbliche e gli esorcismi, come dice la supplica, si ricorse ai mezzi naturali, e si fece istanza alla Baronal Corte onde si compiacesse «ordinare alle Locuste ed ai Bruchi, che sotto perentoriale ristretto termine senza ulteriormente devastare li prodotti e producendi frutti sgombrassero dal medesimo tenimento e andassero indove non potessero recar pregiudizio all’umana società» La supplica conchiudeva così: « Ed in caso di trasgressione, o di ritardata obedienza, fan’ istanza condannarsi alla morte (locuste e bruchi!).»
    La Corte Baronale esaudì la supplica, e il Governatore Luigi Vadini comandò ai nocivi insetti che si rimettessero la via fra le gambe e andassero almeno dove non erano conosciuti: — «Caveant (dice l’ordinanza del Vadini) de’ contrario sub paena indignationis, et disgratiae Divinae Majestatis.» — Quindi il Mastrodatti Giuseppe Trippitella dichiara: «Pacentro li 12 Giugno 1786.... Crescenzo Gentile publico Balivo di questa Corte con giuramento ave riferito di essersi oggi giorno suddetto conferito personalmente colli Sindaci e testimoni, ec. di questa Terra, ed ivi ave notificato la retroscritta istanza, ec. ed ave fatto ordine preciso comandamento alli Grilli, e Bruche che sotto pena, ec. si fussero partiti, ec. ec. e andarsene in altri luoghi, ec. ec. ec.» — E tutto questo da un autentico documento che è presso di me.
    Ma lasciamo il settecento che usava le lucerne a olio, e veniamo al secolo dei lumi a petrolio o gas o ad elettrico: oggi, in molti paesi degli Abruzzi, quando le condizioni atmosferiche favoriscono lo sviluppo dei bruchi, si chiama subito e con insistenza un prete, acciocchè secondo il rituale, proceda allo scongiuro delle imprudenti bestioline. E oggi ancora in diversi paesi, per esempio in Anversa, si crede poco allo scongiuro; ma si crede molto e si ricorre quasi sempre a San Domenico di Cocullo. Nella chiesa del Santo si raccoglie l’immondezza del pavimento o la scrostatura del calcinaccio o che so altro, che chiamano la terra di san Domenico; si reca poi al proprio paese e si sparge per la campagna (1). I bruchi poco dopo scompariscono. E sì che scompariscono, perché se n’escono dal fodero e battono le ali. Ma i bachi da seta non fanno lo stesso, senza la scopatura della Chiesa di san Domenico?

    Note:
    (1) In Bugnara e Vittorito, la terra di san Domenico si sparge per allontanare i serpi.


    Fonte: Antonio De Nino, Usi Abruzzesi, Firenze, Tipografia di G. Barbera, 1879, pp.175-177.

     Sempre dal volume Usi Abruzzesi:

    La Domenica delle Palme di Antonio De Nino
    Gli usi popolari, alcune considerazioni di Antonio De Nino
    Aspettando Sant'Agata

     

     

     

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